Perché il dibattito sui fiumi veneti ignora la vera rivoluzione in corso (da Jeremy Rifkin ai Contratti di Fiume)
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Il recente scontro tra i partecipanti al convegno organizzato dal geografo Francesco Vallerani a Treviso e il Presidente dell’Ordine degli ingegneri veneziani Mariano Carraro non è che l’ultimo sussulto di un paradigma morente.
Da un lato, la denuncia di una “violenza infrastrutturale” che ha ridotto i nostri fiumi a canali artificiali; dall’altro, la difesa d’ufficio di una categoria che si vede come braccio tecnico della sicurezza pubblica.
In mezzo, l’autorevole voce di Andrea Rinaldo (professore di idraulica a Padova e vincitore del cosiddetto Nobel per l’Acqua 2023) che, pur evocando la crisi delle statistiche climatiche, resta ancorato a una visione dove l’uomo calcola, soppesa costi e benefici e, in ultima analisi, decide il destino del fiume.
Esiste una posizione diversa.
Una posizione che non si limita a contestare la “grande opera” o a rimpiangere il fiume che fu, ma che opera quotidianamente per tradurre in realtà le visioni che Jeremy Rifkin ha delineato in Planet Aqua.
Il Fiume non è un oggetto, è un interlocutore
Il limite invalicabile dell’approccio del Presidente Mariano Carraro e del professor Andrea Rinaldo è lo stigma dell’antropocentrismo. Per entrambi, il fiume resta una risorsa da gestire o un pericolo da contenere. In questa visione, l’idraulica è una tecnica di dominio.
La sfida reale, che molti di noi ingegnere e ingegneri stanno già affrontando nella pratica professionale, è il riconoscimento della personalità giuridica dei fiumi.
Trattare la Piave o il Tagliamento non come “corpi idrici” ma come organismi vivi con diritti intrinseci cambia tutto: la progettazione non è più un atto unilaterale di forza, ma un processo di negoziazione tra specie e sistemi.
Quando Jeremy Rifkin parla di “riallinearsi all’idrosfera”, non propone un’astrazione filosofica, ma un imperativo ingegneristico: dobbiamo smettere di correggere la natura e iniziare a correggere i nostri modelli di sviluppo.
Dalla tecnocrazia alla democrazia deliberativa
Si è detto che l’ingegnere “propone e il decisore sceglie”. Questo schema ha prodotto 60 anni di paralisi sulla Piave. Perché? Perché ignora la complessità sociale.
La soluzione non risiede in una VIA (Valutazione Impatto Ambientale) intesa come mero passaggio burocratico “ex post”, ma nei Contratti di Fiume. Questi sono gli strumenti di una vera democrazia partecipativa che:
- abbatte le torri disciplinari: l’ingegnere idraulico siede allo stesso tavolo del sociologo, del biologo e dell’agricoltore;
- costruisce il consenso dal basso: seguendo modelli come i Contratti di Fiume e l’Amsterdam Rainproof (per i Piani delle Acque), la sicurezza non cade dall’alto con una diga impositiva, ma nasce da una fitta rete di interventi diffusi, dove il cittadino e il territorio diventano “spugne” attive;
- supera l’impasse: i Contratti di Fiume sono l’unico modo per realizzare le opere necessarie, perché le trasformano da “imposizioni” a “progetti di comunità”.
La concretezza del “Bottom-Up”: i Piani delle Acque
Dissentire dalla risposta tecnocratica del prof. Andrea Rinaldo significa capire che la “piena centenaria” non si combatte solo con meta-statistiche, ma con la trasformazione capillare del paesaggio.
L’ingegneria che pratichiamo oggi non ha paura di restituire spazio al fiume perché sa che quel “capitale naturale” è l’unica vera polizza assicurativa contro il cambiamento climatico. Non è “lasciar fare alla natura” per inerzia, ma progettare la coesistenza.
Il nuovo paradigma dell’ingegnere
Mentre il dibattito veneto si divide tra “cantierizzazione” e “rinaturalizzazione”, noi stiamo già costruendo una terza via. È la via di chi ha capito che la sicurezza idraulica e la salute dell’ecosistema sono la stessa identica cosa.
Il mio dissenso verso le posizioni istituzionali è profondo: non abbiamo bisogno di difendere il prestigio di una categoria, né di calcoli costi-benefici che escludono il valore della vita non umana.
Abbiamo bisogno di ingegneri che usino i Contratti di Fiume come bussole e la visione di Jeremy Rifkin come orizzonte.
La Piave, il Brenta e il Tagliamento non sono problemi da risolvere. Sono i nostri compagni di viaggio in un pianeta che sta reclamando il suo elemento primordiale: l’acqua.

Andrea Rinaldo Francesco Vallerani Jeremy Rifkin Mariano Carraro