Il riflusso sociologico delle piume
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Stamane ho telefonato a una trasmissione radiofonica molto popolare di Rai Radio 2: Il Ruggito del Coniglio, condotta da Marco Presta e Antonello Dose.
Si tratta di un programma d’intrattenimento, in cui i conduttori, dotati di un pungente umorismo, dispensano quotidianamente buonumore. Oggi gli ascoltatori erano invitati a raccontare un aneddoto sulla riesumazione di un vecchio capo d’abbigliamento; così ho voluto dare il mio contributo, rievocando un fatto accaduto due anni fa.
Frugando in un armadio in garage, scovai un cimelio della mia adolescenza di circa quarant’anni fa. Era un periodo in cui, a un fulgido lampo di impegno politico nel movimento studentesco (correva il 1985), successe un lungo e interminato riflusso verso il disimpegno, fino alla diffidenza e al qualunquismo attuali — fattori deteriori che si sono acuiti dopo la caduta del muro ideologico fra socialismo e capitalismo.
Pur permeato da un’indole egalitaria e da una vocazione socialista e anticonsumistica, anch’io cedetti alla peer pressure, soccombendo alla malia dell’omologazione e all’ostentazione di un marchio firmato che palesasse un’impostura di status sociale elevato.
Al termine dell’anno scolastico, riuscii a ottenere vari impieghi come garzone, addetto alle pulizie, falegname o maschera al cinema, pur di accantonare il denaro necessario ad acquistare quel bene superfluo ma distintivo, che avrebbe agevolato la mia inclusione sociale.
Negli anni ’80 prosperava il fenomeno del paninarismo.
I paninari erano giovani virgulti della “società bene” che ostentavano il lignaggio borghese, indossando capi d’ordinanza: Timberland, jeans Levi’s, felpe Best Company e, soprattutto, il giubbotto Moncler.
Un’estate riuscii finalmente a racimolare la somma per un piumino azzurro: il mio lasciapassare per il mondo dei “giusti”, un’armatura gonfiabile che mi trasformava nell’omino Michelin della provincia italiana.
A distanza di quarant’anni, imbattutomi casualmente nel glorioso piumino del galletto francese, ho voluto riesumare il capo. L’ho lavato e inserito nell’asciugatrice. Ma la macchina, noncurante della storia del costume, ha deciso che quel colletto liso non meritava il futuro.
Boom.
Un’esplosione silenziosa ha trasformato l’oblò in una palla di neve di piume d’oca.
Nonostante l’incidente, ho raccolto le piume e affidato il giubbotto a un laboratorio di sarti cinesi — i quali oggi fioriscono ovunque, proprio come il paninarismo negli anni ’80 — rimettendo insieme i cocci del mio ego passato.
Una volta riparato, avrei potuto finalmente rievocare i ricordi della giovinezza.
Tuttavia, quando l’ho indossato, mia figlia Bianca, novella rappresentante della generazione Z, ha lanciato una sorta di fatwa, minacciando di ripudiarmi, se avessi avuto il coraggio di uscire con quell’assurdo scafandro bombato.
Così ho riposto il Moncler nell’armadio, riflettendo sulla caducità e sull’ineffabilità delle mode.
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