La rassegnazione alla soverchieria del più forte
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Scrivere a penna ha un ritmo diverso dallo scrivere su una tastiera: permette al pensiero di sedimentarsi, di sentire il peso delle parole sulla carta, un peso che spesso il digitale rende troppo leggero e volatile.
Tutti i miei pensieri trasudano una profonda disillusione etica.
Il cuore del dramma contemporaneo è la lotta tra lo stato di diritto (dove il potere è limitato dalle regole) e lo stato di potenza (dove le regole sono solo uno strumento del più forte, la giustezza, come la definì Alessandro Baricco).
Le notizie che arrivano proprio in queste ore da Caracas sono sconvolgenti e confermano quanto il quadro geopolitico si stia muovendo con una velocità e una brutalità che lasciano poco spazio alle consuetudini diplomatiche del passato.
L’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura e all’esfiltrazione di Nicolás Maduro e di sua moglie – con il conseguente trasferimento a New York per le accuse di narcotraffico – è un evento che segna un punto di non ritorno. Insieme all’aggressione russa in Ucraina e all’assertività cinese, questo blitz cristallizza esattamente un mondo in cui le sfere d’influenza e la forza pura tornano a essere le uniche unità di misura del potere.
La Geopolitica del “fatto compiuto”
Da un lato la Russia rivendica il diritto di invadere l’Ucraina per “sicurezza”, dall’altro gli Stati Uniti agiscono militarmente per “giustizia” (o per il controllo di risorse strategiche come il petrolio venezuelano). In entrambi i casi, lo Stato di Diritto Internazionale viene scavalcato dall’azione unilaterale.
Come ingegnere abituato a costruire e pianificare in base a leggi fisiche e normative certe (o almeno ragionevoli), la mia rassegnazione è incolmabile.
Ecco le criticità che la mia analisi mette a nudo:
- l’Europa come “anomalia fragile”: l’Unione Europea è l’unico dei quattro grandi attori a non avere una postura di aggressione militare. È un colosso normativo in un mondo di colossi cinetici.
- Il ritorno alla sopraffazione: se Trump, Putin e Xi Jinping accettano come legittimo il principio per cui “il più forte decide il destino del vicino”, l’Europa – che ha basato la sua pace proprio sul superamento di questo principio – rischia di diventare irrilevante o, peggio, un territorio di conquista economica e politica.
- La risorsa come bottino: l’accenno alle riserve petrolifere del Venezuela è fondamentale. In un mondo che lotta per l’energia e le materie prime, la cooperazione ambientale europea (le direttive sull’acqua, la biodiversità) sembra un linguaggio del futuro parlato in un presente che è tornato improvvisamente al XIX secolo.
La tecnica che protegge contro la tecnica che distrugge
Il sarcofago di Chernobyl è un simbolo perfetto della riflessione.
L’Europa ha costruito un’opera di ingegneria civile monumentale per contenere le radiazioni, il male, proteggere la vita e sanare una ferita del territorio.
La Russia lo ha colpito: ha usato quella stessa struttura come scudo o bersaglio, dimostrando un disprezzo per la sicurezza collettiva in nome di un vantaggio tattico.
Questa è la dicotomia che l’Europa rappresenta: la forza della protezione contro la forza dell’aggressione.
Come possiamo difendere la nostra autonomia?
Di fronte a Trump, Putin e Xi Jinping, l’Europa ha una sola via d’uscita, che non è la rassegnazione ma la scelta della massa critica:
- unità politica e militare: finché l’Europa resterà un insieme di nazioni che negoziano singolarmente (come vorrebbero i sovranisti), sarà sempre alla mercé dei blitz americani o dei ricatti russi;
- sovranità tecnologica e risorse: proprio come nella gestione idrica, l’Europa deve diventare autonoma nella gestione delle proprie risorse e delle proprie reti di sicurezza;
- la voce della civiltà: se l’Europa smette di denunciare queste violazioni del diritto internazionale, la “legge della sopraffazione” diventerà l’unica legge mondiale.

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